Appello: Bergamo dice no alla deriva razzista!
qui troverete un appello che vuole essere il più collettivo e condiviso possibile, una presa di responsabilità collettiva rispetto a quello che sta succedendo in Italia in questi giorni.
Firmate, stampate, diffondete l’appello!
BERGAMO DICE NO ALLA DERIVA RAZZISTA!
Sono ormai alcuni mesi che la politica italiana si è fatta “politica della paura”. Stiamo assistendo ad una spirale crescente di domanda di sicurezza da un lato e di messa a punto di dispositivi securitari dall’altro, che non fanno altro che alimentare e confermare l’allarmismo dell’opinione pubblica. Allarmismo fondato non sui dati oggettivi dei crimini (che sono in diminuzione), ma su un trasversale e pervasivo sentimento di paura.
Negli ultimi tempi sta però avvenendo un salto di qualità. L’ossessione per la sicurezza ha bisogno di capri espiatori. C’è bisogno di individuare qualcuno che rappresenti l’ostacolo al raggiungimento dell’ordine pubblico. Chi meglio dei rom e dei migranti che non sono in possesso di documenti regolari?
Lungo questa scia, stiamo assistendo a fatti inquietanti. Da un lato alcuni cittadini si sentono in diritto di realizzare l’ordine pubblico utilizzando i mezzi più retrivi. Dall’altro il Governo Berlusconi fornisce la copertura politica e culturale a queste azioni e rincara la dose per via legislativa puntando all’introduzione del reato di immigrazione clandestina.
I recenti rastrellamenti sui mezzi pubblici di Milano a caccia di “clandestini” evidenziano come la deriva securitaria in salsa italiana stia prendendo ormai la forma del razzismo. La Lombardia sta diventando il laboratorio di questa politica della paura e del razzismo, e Bergamo non fa eccezione, visto che si stanno preparando massicce operazioni di polizia finalizzate ai rastrellamenti e alle espulsioni di migranti senza permesso di soggiorno.
Ma il razzismo è l’inquietante superficie di qualcosa di ben più profondo. Non c’è contraddizione tra la crescente domanda di criminalizzazione dei migranti senza permesso di soggiorno e la sempre più massiccia presenza di lavoro migrante nei nostri territori. Non ci sono due società: una razzista nei confronti del “diverso” e un’altra buona che ne ricerca l’integrazione nel tessuto produttivo. Vi è un unico dispositivo di “inclusione differenziata” che tramite delle sconclusionate leggi sull’immigrazione crea lavoratori di serie A e di serie B, cittadini depositari di diritti e non-cittadini costretti all’invisibilità lungo la linea del colore della pelle e dell’accesso a un passaporto. Il lavoro migrante ridotto all’invisibilità e alla clandestinità è stata una delle più efficaci “stampelle” per un capitalismo Italiano (e Lombardo e Bergamasco) sempre più traballante, sempre più incapace di creare innovazione e di investire. E per questo ridotto a basare i proprio profitti sullo sfruttamento del lavoro clandestino.
Non sono i migranti clandestini ad essere fuori dall’Europa per non avere un passaporto UE. Semmai è l’Italia ad esserci entrata in Europa grazie al lavoro migrante clandestino e ai suoi enormi potenziali di produttività e di creazione di ricchezza!
Quindi ci opponiamo ai “professionisti della paura” che speculano sulle sempre più diffuse e lucrose incertezze; e rispondiamo con una politica attiva che sappia individuare quali sono i luoghi del conflitto contemporaneo testimoniando così la nostra vocazione universale.
** C.S.A. Pacì Paciana, Millepiani, Rete*Bassa,
Per adesioni collettive potete lasciare un commento qui sotto oppure mandare una mail a: paci.paciana@inventati.org – millepianibg@gmail.com
Per adesioni personali QUI
Condividiamo e promuoviamo qui sotto l’appello lanciato da alcuni tra i più importanti storici, giuristi, antropologi, sociologi e filosofi che da tempo si occupano di temi legati al razzismo e che leggono nella realtà presente i segni della nostra peggiore eredità storica.
La deriva del razzismo
“Siamo persone – storici, giuristi, antropologi, sociologi e filosofi – che da tempo si occupano di razzismo. Il nostro vissuto, i nostri studi e la nostra esperienza professionale ci hanno condotto ad analizzare i processi di diffusione del pregiudizio razzista e i meccanismi di attivazione del razzismo di massa. Per questo destano in noi vive preoccupazioni gli avvenimenti di questi giorni.
Le aggressioni agli insediamenti rom, le deportazioni, i roghi degenerati in veri e propri pogrom, e le gravi misure preannunciate dal governo col pretesto di rispondere alla domanda di sicurezza posta da una parte della cittadinanza. Avvertiamo il pericolo che possa accadere qualcosa di terribile: qualcosa di nuovo ma non di inedito.
La violenza razzista non nasce oggi in Italia. Come nel resto dell’Europa, essa è stata, tra 800 e 900, un corollario della modernizzazione del Paese. Negli ultimi decenni è stata alimentata dalla strumentalizzazione politica degli effetti sociali della globalizzazione, a cominciare dall’incremento dei flussi migratori e dalle conseguenze degli enormi differenziali salariali. Con ogni probabilità, nel corso di questi venti anni è stata sottovalutata la gravità di taluni fenomeni. Nonostante ripetuti allarmi, è stato banalizzato il diffondersi di mitologie neo-etniche e si è voluto ignorare il ritorno di ideologie razziste di chiara matrice nazifascista. Ma oggi si rischia un salto di qualità nella misura in cui tendono a saltare i dispositivi di interdizione che hanno sin qui impedito il riaffermarsi di un senso comune razzista e di pratiche razziste di massa.
Gli avvenimenti di questi giorni, spesso amplificati e distorti dalla stampa, rischiano di riabilitare il razzismo come reazione legittima a comportamenti devianti e a minacce reali o presunte. Ma qualora nell’immaginario collettivo il razzismo cessasse di apparire una pratica censurabile per assumere i connotati di un «nuovo diritto», allora davvero varcheremmo una soglia cruciale, al di là della quale potrebbero innescarsi processi non più governabili.
Vorremmo che questo allarme venisse raccolto da tutti, a cominciare dalle più alte cariche dello Stato, dagli amministratori locali, dagli insegnanti e dagli operatori dell’informazione. Non ci interessa in questa sede la polemica politica. Il pericolo ci appare troppo grave, tale da porre a repentaglio le fondamenta stesse della convivenza civile, come già accadde nel secolo scorso – e anche allora i rom furono tra le vittime designate della violenza razzista. Mai come in questi giorni ci è apparso chiaro come avesse ragione Primo Levi nel paventare la possibilità che quell’atroce passato tornasse.”
*** Marco Aime, Etienne Balibar, Rita Bernardini, Alberto Burgio, Carlo Cartocci, Tullia Catalan, Enzo Collotti, Alessandro Dal Lago, Giuseppe Di Lello, Angelo d’Orsi, Giuseppe Faso, Mercedes Frias, Gianluca Gabrielli, Clara Gallini, Pupa Garribba, Francesco Germinario, Patrizio Gonnella, Gianfranco Laccone, Maria Immacolata Macioti, Brunello Mantelli, Giovanni Miccoli, Filippo Miraglia, Giuseppe Mosconi, Grazia Naletto, Michele Nani, Salvatore Palidda, Marco Perduca, Giovanni Pizza, Pier Paolo Poggio, Carlo Postiglione, Enrico Pugliese, Anna Maria Rivera, Rossella Ropa, Emilio Santoro, Katia Scannavini, Renate Siebert, Gianfranco Spadaccia, Elena Spinelli, Ciro Tarantino, Giacomo Todeschini, Nicola Tranfaglia, Alessandro Triulzi, Fulvio Vassallo Paleologo, Barbara Valmorin, Danilo Zolo.
Per adesioni all’appello: razzismodimassa@gmail.com
- 7 giugno 2008

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