[Diaz] Nel silenzio, la prima parte dell’arringa del pm

Scritto da vincenzo

Dal blog di Beirut, uno dei pochi in Italia che tiene lo sguardo lucido su quanto successo a Genova nel 2001, sui suoi sviluppi, sui suoi processi.

Come
avevamo anticipato, in campagna elettorale tutti a parlare di Bolzaneto e le sue torture, tanto i pesci di quel processo erano piccoli. Uomini e donne banali, nella loro violenza, nel loro approfittare di un clima di impunità.
Banali, senza troppe stellette, senza ruoli importanti, facilmente scaricabili come mele marce. Invece gli imputati del processo Diaz sono tuttora ai vertici della polizia italiana, ben visti dalla destra, ma spesso a cena con la sinistra. Anzi molto di loro sono stati promossi durante il governo Prodi. Quindi meglio non parlarne, o anzi, condannare il pm, Enrico Zucca, con un ragionamento subdolo e disonesto, che più o meno dice così: se volevi beccare chi ha menato, dovevi pescare tra i frilli, invece così ti sei messo in testa di processare la polizia. Ma quelli sono amici nostri, quindi stai all’occhio.

E l’equilibrio instabile del processo e la vergognosa stampa nazionale, cresciuta a pane e viminale come scriveva anni fa il buon Mantovani del Manifesto, getta il silenzio, l’ennesimo, sul processo Diaz.
Meglio Berlusconi e le raccomandazioni per ballerine di seconda fila. Ieri, almeno nelle edizioni on line il silenzio è stato totale. Poi parliamo di censura in Cina.

Perché accade questo? Perché il processo Diaz è il processo allo stato e alle sue forze di polizia e nessuno, tanto meno adesso, è disposto a guardare nel proprio armadio. E’ il processo che fa luce su un’operazione di polizia, venduta come un successo e che invece ha portato un centinaio di persone in ospedale, arrestate illegittimamente, è il processo delle molotov false (scomparse dalla questura di Genova durante il processo), del falso accoltellamento di un agente, delle false testimonianze e del rinvio a giudizio, a latere, dell’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro. E l’atmosfera e le difficoltà di questo procedimento sono messe subito in evidenza dal pm nella sua requisitoria (grazie al socio e a supportolegale, dove trovate l’arringa intera): c’è un altro tipo di processi che è considerato difficile come questo che e’ quello contro la criminalità organizzata, sotto il profilo, tecnicamente parlando, dalla ricerca di una prova in un ambiente in cui omertà coperture e impenetrabilità rendono il lavoro difficile. In tutti questi processi alle persone offese si dice “lascia perdere, sarà vero ma i rischi di un processo sono tanti”. Poi ci sono processi in cui l’aura di intangibilità di un poliziotto sembra maggiore quando l’accusa nei suoi confronti proviene da chi e’ screditato maggiormente perché e’ considerato un nemico dello stato.

Perché è chiaro, e mi assumo tute le responsabilità di quanto sto per scrivere, che i poliziotti imputati, nel corso del processo (vedi indagine su Colucci, Mortola e De Gennaro) si sono mossi come una vera e propria associazione a delinquere, a volere dire le cose come stanno. E ancora, tanto per inquadrare la situazione: l’eventuale condanna di un poliziotto potrebbe comportare l’esposizione di una devianza che viene sentita come una devianza che intacca il sistema, e non parlo di quella diretta a fini personali, ma quella che e’ intercorsa nel raggiungimento dei fini istituzionali. Chi e’ disposto al sacrificio del sistema, se la vittima di un poliziotto e’ colpevole?

Nella prima udienza delle conclusioni si parte dal principio, specificando che il g8 è ampiamente dentro al processo: i fatti che hanno dato origine a tutte le imputazioni sono noti, sono quelli connessi agli atti trasmessi all’A.G. nei confronti di 93 persone che occupavano la scuola Diaz. L’indagine ha dimostrato come i dati su cui sono stati costruiti questi atti sono inesistenti e artatamente costruiti, e tutti questi elementi usati come compendio indiziario da porre alla base dell’arresto, hanno portato a un arresto che e’ da considerarsi un atto illecito, atto verso cui convergono tutte le altre azioni contestate agli imputati.

Perché quindi la Polizia decide di intervenire alla Diaz? Come ha spiegato l’ex prefetto Andreassi - esautorato proprio il 21 luglio 2001, perché considerato troppo propenso alla mediazione, dall’arrivo dell’uomo di De Gennaro, La Barbera che nel frattempo è morto - perché erano necessari arresti, per cancellare l’immagine della polizia che era rimasta inerte nei giorni precedenti. Protagonisti erano stati i Carabinieri: cariche a cortei autorizzati, pestaggi nelle strade e l’omicidio di Carlo Giuliani. Nella sera del 21 luglio si formano così battaglioni composti da poliziotti dello Sco (Servizio Centrale Operativo, ovvero l’anti criminalità) e della Digos che vanno in giro a cercare magagne per arrestare persone coinvolti negli scontri (la giustificazione fornita dalla polizia è che i battaglioni avrebbero dovuto aiutare a gestire il deflusso…). Accade così che alcune auto passino davanti alla Diaz, forse non solo una volta, ma più volte, lentamente, in modo un po’ provocatorio. In uno di questi simpatici giri, qualcuno davanti alla Diaz li insulta e gli tira contro qualcosa. Sono vestiti di nero. La pattuglia torna in questura e riporta il fatto: alla Diaz ci sono i black bloc. E allora si interviene, senza chiedere permesso al magistrato, ma utilizzando l’articolo 41 del testo di legge di pubblica sicurezza (risalente al periodo fascista): intervento per cercare armi.

Sull’episodio reticenze varie e la prima avvisaglia sul problema più grosso della Diaz: riscontrare la catena di comando, ovvero chi comandava quella sera. Ma qualche poliziotto ha raccontato la sua versione, come spiega il pm nell’arringa: il capo equipaggio della macchina che sta in coda al convoglio, descrive il passaggio ci siamo fermati in fila in una strada, nell’arco di qualche attimo ho sentito un rumore, come la metropolitana, erano comparse persone da tutti i lati che ci dicevano assassini, abbiamo tentato di uscire, non hanno aperto gli sportelli, io avevo il finestrino aperto perché fumavo, non hanno lanciato oggetti, non ci hanno sballottato, cercavano di farci paura, cosi’. [...] Mi rivolsi al mio ispettore e protestai sul perché fossimo andati lì sotto, pensavo fosse una provocazione portarci lì.

L’operazione Diaz viene decisa in questura, nel corso di due successive riunioni. Si cercano i black bloc, nella sede del Genoa Social Forum. Un bell’azzardo che avrebbe chiuso il cerchio delle accuse della polizia e dello stato italiano: connivenza tra cosiddetti manifestanti pacifici e violenti, un successo di immagine e la giustificazione dei pestaggi ai manifestanti nei giorni precedenti. Beccare i famigerati bb nella sede degli amici di Agnoletto, è un colpo che smuove gli stomaci anche dei poliziotti meno ambiziosi, nel caso dovessero esistere.
E allora si va, rischiando l’operazione e sperando di dividersi, ognuno, una fetta del merito.
De Gennaro chiama anche Sgalla, il suo addetto stampa (lo stesso Sgalla, per capirci, che nel caso dell’omicidio Sandri si inventa lo sparo in aria nell’autogrill…). Tutto è pronto, davanti a tutti gli uomini di Canterini, VII nucleo creato ad hoc per il g8: la crema della celere italiana.

L’arrivo nei pressi della scuola prelude ai successivi massacri: disturba l’atteggiamento diffuso di violenza e di soprusi commessi da poliziotti, giustamente se vogliamo esasperati dai giorni precedenti, ma quella sera in via battisti e nelle vie adiacenti, come si può rilevare non vigeva il codice, quantomeno di procedura penale. Noi siamo alla descrizione delle prime fasi, siamo alla descrizione dell’arrivo della polizia e all’uso di quella violenza di cui ben
presto anche il difensore sentirà parlare direttamente, nei confronti di persone che nemmeno la più fervida immaginazione avrebbero potuto considerarle persone resistenti la forza pubblica.

Poi i poliziotti entrano nella scuola.
(continua)

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