FESTA DELLA SEMINA 2017: pratiche antiproibizioniste

L’antiproibizionismo si concretizza nelle lotte attraverso le pratiche!
Il Collettivo Indipendente Fatti Bene vi propone:
GIANNA URBAN GAME
Quando?
Sabato 15 aprile dalle 15
Dove?
In centro a Bergamo!
La partenza sarà in Piazza Dante per la prima tappa del gioco, vi verranno consegnate una cartina e le regole del gioco.
In premio ingressi per Festa della Semina 2017: Prince Healer & Lion Warriah, biscotti spaziali e tanto ancora!
Vi aspettiamo ma non fate gli sfattoni, arrivate puntuali se no ci saremo già spostati!!!CENA VERDE:
E alla sera, dalle ore 20.30 presso Osteria Strozzapreti cena spaziale!
Menù (euro 15):
– gnocchi al burro
– rotoloni di spinaci e ricotta con contorno di patate e carote
– muffing con yogurt, gocce di cioccolato e panna
Prenotati il prima possibile all’indirizzo cenaspaziale@anche.no
*Per chi volesse rimanere sulla terra, ci sarà anche un menù non spaziale con gli ottimi kebab del Comitato Lotta Casa BG.
La cena sarà Benefit Rete Nazionale Antiproibizionista
Canapisa Streetparade Antiproibizionista 2017
e Cannabis Parade – Street Antiproibizionista Nazionale
Saranno presenti dopo la cena
infoshock, Osservatorio Antiproibizionista-Canapisa Crew., e InfoJoint Zena

Rispetta il luogo in cui ti trovi e le persone che lo frequentano.
#NOPUSHER #MACHOFREEZONE #ZONANTIFA

C.I. F. A. B.
C.S.A. Pacì Paciana

BERGAMO PIÙ VERDE: verso la Festa della Semina 2017

 

BERGAMO PIÙ VERDE

Anche quest’anno è tempo di seminare.

C’è chi semina odio e repressione, entrando nelle scuole con dei cani, tirando fuori minorenni dalle classi scegliendo i nomi da liste compilate in precedenza.

C’è chi per racimolare qualche voto, scrive proposte di legge pro legalizzazione con una forte impostazione capitalistica.

Noi preferiamo seminare amore, libertà e erba buona!

Siamo convinti che la repressione, in atto nella penisola contro chi consuma marijuana, non faccia che rafforzare le narco-mafie, che per loro natura lucrano sul commercio di qualsiasi cosa sia illegale.

Nella tipica ipocrisia bergamasca, vediamo ingrandirsi indisturbata la malavita italiana (più visibilmente a zingonia e in maniera più sottile in centro città), mentre le forze del disordine collezionano sequestri ridicoli, quantomeno rispetto alle risorse utilizzate, o effettua blocchi stradali a tutto spiano per battere cassa.

E il sert? Si riempie soprattutto di ragazzi il cui unico problema è essere stati beccati, con due canne, il sabato pomeriggio.

Quindi è solo riappropriandoci di alcune pratiche antiproibizioniste che possiamo realmente cambiare le cose:

vogliamo una bergamo più libera, VOGLIAMO UNA BERGAMO PIÙ VERDE!

AUTOPRODUZIONE COME UNICA SOLUZIONE

C.I.F.A.B.

csa Pacì Paciana

1997-2017 VENT’ANNI DI PACÌ PACIANA: UNO SPUNTO DI DISCUSSIONE

Pubblichiamo uno spunto di discussione per l’incontro che si svolgerà alle 17.00 di sabato 21 gennaio presso il c.s.a. Pacì Paciana, durante il quale verrà presentato Il Bandito: un bando per banditi.

 

USCIRE DAL PLEISTOCENE

Vent’anni possono essere un’era geologica.

Relazioni e strutture sociali, spazi di partecipazione, immaginari e linguaggi sono mutati radicalmente nel corso di questi anni. Un cambiamento in corso da tempo, frutto del continuo processo di predazione delle ricchezze comuni da parte del capitale, che ad oggi ha prodotto un’incolmabile distanza tra le abituali pratiche di opposizione sociale e la realtà in cui dovrebbero essere calate.
Questi vent’anni possono essere un’era geologica, una frazione temporale relativamente breve ma capace di comprimere in se un numero straordinario di mutazioni, trasformazioni, eventi e non-eventi. Un tempo compresso, come una fisarmonica, che necessitava di essere aperto e indagato.

Come assemblea del c.s.a. Pacì Paciana ci siamo quindi presi del tempo, per ragionare su come provare a riavvicinare pratiche, metodi e linguaggi alla realtà in cui siamo immersi. La necessità è uscire dall’automatismo di certe modalità oramai improduttive, il cui unico “vantaggio” è stato il metterci al riparo dallo scontro con la complessità del reale.
Vogliamo quindi andare oltre la riproduzione di pratiche sterili e simboli feticcio, smettere di professare alternative difficilmente reificabili.
Non abbiamo nessuna frenesia rottamatrice, lo sguardo è puntato in avanti ma i piedi poggiano sicuri sulle basi gettate tempo fa.
Per questo consideriamo fondamentale per un centro sociale la messa in discussione continua a scopo di ribadirne l’originaria funzione di risposta conflittuale a domande collettive.

Abbiamo quindi cercato di determinare le caratteristiche del sistema che ci circonda, partendo dalla sua capacità di mutare e non darsi mai in una forma finita, per trovare il punto di partenza del processo di ridefinizione.

I PILASTRI DEL CAPITALE

 

Per continuare ad esercitare dominio sulle nostre vite in modo da estrarne valore, il capitale è spinto ad una perenne trasformazione che ne rende difficile una descrizione completa e approfondita. Per questo motivo, ci soffermeremo solo su delle caratteristiche che riteniamo salienti nei meccanismi di predazione e di governo.

In primo luogo, ogni forma alternativa di vita, di identità o di scelta, è già prevista e assorbita dal capitale. Se non prevista, e per questo già di per sé potenzialmente pericolosa, la capacità del sistema capitalistico di assimilarla ha raggiunto un livello di efficacia mai visto nella sua storia: ogni forma alternativa è docilmente ricondotta nella metrica del profitto, e nel raro caso che questo non sia possibile, violentemente esclusa.
Numerosi sono gli esempi di assimilazione di pratiche alternative e potenzialmente conflittuali: il volontariato, l’azione gratuita in favore della collettività, è trasformato in un enorme business e snaturato a tal punto da generare l’ossimoro bestiale del lavoro gratuito. Persino l’accoglienza e la solidarietà sono oggetto di una speculazione garantita da meccanismi escludenti che vengono controllati e sfruttati dagli imprenditori politici del razzismo. Il consumo critico, nato come argine alla grande distribuzione e all’imposizione di stili vita insostenibili, si è ridotto allo scaffale del bio dell’Esselunga a firma Farinetti. Per arrivare alle relazioni sociali, messe immediatamente a profitto, come nei social network dove le interazioni tra amici su Facebook non sono altro che il mezzo con cui Zuckerberg guadagna vendendoci pubblicità personalizzata.

Ci si aspetterebbe che una forma predatoria così totalizzante e assillante generi una reazione di rigetto e opposizione.
Non è, purtroppo, così: l’assimilazione avviene in maniera “morbida”. Non c’è più la necessità di costringere il soggetto dentro identità predefinite, anzi, il capitale preferisce percorrere la strada dell’illusione di originalità. L’identità diventa la semplice autocostruzione indotta del sé, condotta per assembramento di infiniti modelli precostituiti ed immediatamente disponibili.
Le alternative proposte, in quanto prone al diktat del profitto, sono fruibili solo in modo effimero, generando giocoforza frustrazione a cui si tenta di rispondere inseguendo in maniera compulsiva altre alternative. Le quali nel migliore dei casi, quello in cui non siano solo modelli preconfezionati ma abbiano una qualche caratteristica di novità, vengono subito ricomprese e assunte nel meccanismo come ultimo modello disponibile, nuova irresistibile tendenza. Ne è esempio la dedizione con cui l’individuo considerato di successo si dedica alla manutenzione del suo “Io social”: nuovo post, nuova foto profilo, nuovo brillante commento, sempre a caccia di ciò che permetterà alla sua identità di percepirsi come originale, unica.

Una perenne ricerca senza fine, grazie alla quale il capitale prospera.

Infinite ricombinazioni possibili di identità alternative producono un’atomizzazione del singolo all’interno della massa, che lungi dall’elevarlo, lo rinchiude in una bolla personalizzante ed escludente. Attraverso questo processo, che è causa della mancanza di tratti comuni percepibili come condivisi nel momento della relazione con altri soggetti, la ricomposizione sociale risulta praticamente impossibile: in contraddizione con l’apparente iperconnetività, non siamo mai stati così isolati e irrelati.
L’asservimento dei rapporti sociali a logiche di profitto e sfruttamento non è una conseguenza imprevista dell’applicazione del dominio capitalistico sulle nostre vite, ma ne è parte fondante: le relazioni sociali, fruibili unicamente come bene di consumo, cessano di essere alla base dei processi di ricomposizione e condivisione, perdono il loro potenziale di opposizione alla predazione esercitata dai pochi sui molti. Così dominati, i rapporti sociali smettono di essere l’innesco di meccanismi di redistribuzione delle ricchezze su orizzonti collettivi.
Questa è ad oggi, secondo noi, la dimensione reale della connessione tra soggetto e ricchezza, e successivamente tra questi due e il territorio che li ospita. Dove per territorio intendiamo lo spazio fisico e relazionale che il soggetto abita e dove la ricchezza viene prodotta e successivamente non redistribuita.

Diretta conseguenza di questo stato di cose è lo svuotamento di efficacia dei meccanismi di partecipazione, che non solo non sono più in grado di fare opposizione, ma nemmeno di garantire un accesso alle ricchezze collettive difendendole dal dominio autoritario ed escludente del capitale: i territori, i saperi, le relazioni sociali, gli affetti, la produzione di ricchezza materiale e immateriale vengono gestiti unicamente come oggetto di predazione, e il loro accesso è sempre meno libero, sempre più soggetto a un dazio escludente di ingresso, sia esso di natura economica, sociale, di genere, età, etnia, etc.

IL CENTRO SOCIALE, OGGI.

Questi sono i tratti principali della nostra analisi, queste le condizioni dalle quali partire per ridefinire la funzione che il centro sociale può esercitare.
Storicamente il centro sociale nasce come aggregazione di spinte alternative alla società capitalistica, condensate in uno spazio fisico per aumentarne la forza e liberarne le energie conflittuali.
Oggi, come abbiamo visto, la possibilità di produrre alternative, controculture e immaginari, è ridotta al minimo; questo non per mancanza di intelligenze, motivazioni e creatività, ma per la capacità post-ideologica del capitale di assimilarle e farne strumenti propri.
È necessario ragionare su come sia possibile costruire forme alternative che sappiano essere riproducibili e che possano essere fuori e contro il dominio del capitale.
Si passa quindi dal centro sociale con funzione centripeta, al centro sociale generatore di strumenti per l’organizzazione conflittuale.
Conflitto che si può dare solo per mezzo di organizzazioni incompatibili con forme di profitto per pochi, la cui elaborazione, gestione e condivisione sia collettiva, attraverso spazi di partecipazione orizzontali e inclusivi, per generare ricchezze immediatamente redistribuibili nella collettività.
Il passaggio fondamentale è non separare la fase di produzione (di sapere, relazioni, risorse, ricchezze) da quella di redistribuzione e rimessa in circolo, crediamo che produzione e redistribuzione debbano vivere in uno stato di sincronia, condividere la stessa immediatezza, uno prevedere l’altro, essere definitivamente implicati. Questi, in ultima analisi, debbono, già nel loro essere pensati, prevedere la loro realizzazione come oggetto di ricchezza comune.
Il centro sociale diventa così attivatore di metodi di partecipazione che permettano di ripristinare il protagonismo del singolo nel collettivo, allo scopo di una reale incisione nei processi che governano la vita.

 

PACÌ PACIANA: IL BANDITO

Il processo di ridefinizione del centro sociale sarebbe incompleto se a questa analisi non seguisse una elaborazione pratica, la definizione di uno strumento possibile.

Così presentiamo il “Bandito”, forma di bando alternativa.

Abbiamo scelto la formula del bando in quanto richiama immediatamente la messa a disposizione di risorse in favore di una progettualità. Quello che il Bandito ha di differente è in primo luogo lo scardinamento della tradizionale prospettiva verticale tra gestore del bando e proponente: il Bandito ha stesura, assegnazione, gestione collettive e continue, e coinvolge non solo tutti i proponenti, ma anche i soggetti, i territori e le collettività intercettabili dal Bandito, oltre ovviamente chiunque sia interessato a partecipare.
Gli obiettivi delle progettualità dei Banditi sono facilmente identificabili, praticabili e raggiungibili; non più astratte parole d’ordine, ma realizzazione di una pratica immediatamente calata nella realtà.
La spinta rivoluzionaria del Bandito non sta solo nel praticare obiettivi pensati come effettivamente raggiungibili, ma anche nelle modalità che ne permettono la realizzazione.
Promuove pratiche e forme organizzative che possono essere di esempio e di stimolo per la loro riproducibilità autonoma sul territorio, senza, paradossalmente, la necessità stessa del Bandito.
Il Bandito deve sopperire a quell’emergenza culturale che ci vede intrappolati nella gabbia impostaci dal capitale, vuole costruire un’immediata abitudine all’opposizione e alla riappropriazione di ciò che ci viene predato in modo da restituirlo collettivamente, promuove spazi politici in cui si liberano le energie schiacciate dalla dicotomia assimilazione /esclusione.
Il Bandito è un progetto ambizioso e rischioso, uno strumento il cui funzionamento non è già scritto, qualcosa per il quale si rimette in gioco l’identità stessa di chi lo ha pensato, qualcosa che deve avere come obbiettivo il riportarci protagonisti delle nostre vite e del nostro spazio relazionale.

Qualcosa che ci riconsegni il nostro diritto ad immaginare e realizzare un mondo diverso, perché a vent’anni abbiamo ancora sogni grandi.

Nasce il Collettivo Indipendente “Fatti Bene”

COLLETTIVO INDIPENDENTE FATTI BENE

Siamo un collettivo antiproibizionista che crede nell’autodeterminazione delle persone; vogliamo creare un percorso culturale per portare consapevolezza rispetto agli utilizzi delle sostanze stupefacenti.

Pensiamo che uscire dagli schemi ed informarsi siano il primo passo per capire tutti gli aspetti legati all’utilizzo di sostanze psicoattive: puntiamo alla creazione di un sapere condiviso per creare coscienza collettiva.

Pensiamo che le così dette “droghe” debbano essere legalizzate e liberalizzate se si vuole realmente combattere il monopolio delle mafie, abbattendo i pregiudizi culturali e l’ipocrisia che condannano la libertà di utilizzare sostanze.

Non è la sostanza a produrre un problema, ma è la persona con un problema che si appoggia alle sostanze, siano queste legali (come farmaci, cibo, alcolici) o illegali.

Non ci sono droghe giuste o droghe sbagliate ma persone diverse che utilizzano sostanze.

Collettivo Indipendente Fatti Bene

csa pacì paciana

BERGAMO PIÙ VERDE

Il primo percorso che proponiamo è legato ad una tematica attuale e che interessa molte persone: LA MARIJUANA.

Nuove proposte di legge, autotutela legale, uso ludico, uso terapeutico, storia e falsi miti: sono tutti argomenti che ci vengono proposti dai media ma a cui non è sempre facile dare risposte concrete.

Come il capitano ACAB puntiamo le nostre vele verso risultati ambiziosi: CONSAPEVOLEZZA nell’uso e LIBERALIZZAZIONE di marijuana e derivati…

Siete pronti a salpare con noi?

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A MUSO DURO E CUORE APERTO

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Bergamo, 14 e 21 Gennaio 2017

A MUSO DURO E CUORE APERTO

Sono passati vent’anni da quando una prima generazione di ostinati/e ribelli ha rivendicato il proprio diritto ad “avere spazio”: da lì sono stati anni sempre più densi, carichi di gioia e carichi di dolore, pieni in tutti i sensi, di vittorie strappate coi denti e di sconfitte subite ma sempre mai accettate.
Il c.s.a. Pacì Paciana per tutti questi anni è stato un fuoco che ha bruciato e continua a bruciare – a volte più a volte meno – sempre cercando, come dice la scritta sul muro, di produrre energia. Cercando di essere una possibilità alternativa del mondo, possibilità che vuole andare oltre il semplice ideale e farsi pratica, modo di vivere, diversa cultura del sociale e del politico.
Una volta si poteva parlare di laboratorio, di cantiere, di sperimentazione. Ora i tempi sono cambiati, i tempi hanno preso velocità, noi siamo cambiati ma siamo rimasti uguali.
Rimasti uguali perché non esci indenne dalla pratica dell’autogestione collettiva, da una storia che rimane scolpita su tutti i muri che ti circondano e ti osservano mentre vivi uno spazio che è stato liberato da una generazione precedente, che ha una sua storia, assolutamente indelebile, diventata poi anche tua.

Questo ti rimane dentro, poi cambi.
Cambi perché qualcosa non funziona più e devi avere l’onestà e la sincerità dei rivoluzionari per ammetterlo. Qualcosa ha messo in crisi la possibilità del nostro agire la realtà, il nostro sistema rischia di funzionare solo per noi, solo a patto di tenerlo in piedi in circoli umani ristretti.
Lo diciamo subito, la colpa è un concetto che non ci interessa, non mettiamo a processo le nostre azioni, la nostra progettualità, le nostre scelte.
Però, con gli occhi spalancati, le orecchie tese e il cuore aperto: le cose devono cambiare.
Abbiamo avvertito forte il bisogno di aprire il “nostro” spazio, di aprire la nostra rete di relazioni, di scommettere sulla contaminazione, sul possibile.

Negli ultimi mesi, tutti lo avete visto e avete chiesto, “Perché il Pacì è chiuso?”

È stata una decisione forte, molto conflittuale, provocatoria e per certi versi folle. Il Pacì aveva bisogno di una scossa, aveva bisogno di rimettersi in gioco, di darsi modo di ragionare, di elaborare la propria condizione di spazio sociale che vive da vent’anni e che da vent’anni agisce la realtà che lo circonda. Aveva bisogno di aprirsi in maniera pubblica, chiara, rivendicando la propria consapevolezza di risorsa inestimabile della collettività tutta. Rivendicando la presa di coscienza sulla crisi che attraversa il movimento intero e soprattutto rivendicandosi la volontà di cambiare questo stato di cose, tornare ad essere protagonisti delle proprie vite.

Il Pacì quindi torna, riapre i battenti per il ventesimo anno di fila, lo fa attraverso due giorni in cui si racconta e si rimette in gioco, in cui chiunque potrà entrare e scoprire cos’è stato in questi anni, aggiungere il suo piccolo frammento e determinare cosa sarà in quelli futuri.

Perché nonostante tutto noi crediamo ancora che cambiare un mondo che non ci piace sia possibile, che ogni persona abbia il diritto di esercitare la propria libertà e determinare la propria esistenza.

Perché siamo rimasti rivoluzionari e continuiamo ostinatamente a seguire i nostri sogni.

Assemblea del C.S.A. Pacì Paciana.

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PROGRAMMA DELLE GIORNATE DEL 14 e 21 GENNAIO 2017

 14 Gennaio 2017, dalle ore 14.00
LA NUOVA APERTURA
Il c.s.a. Pacì Paciana si apre alla città raccontandosi e mettendosi a disposizione per rispondere a domande, ricevere spunti e approfondire riflessioni con chiunque sia interessato.

Passa dalle 14.00 in poi per scoprire che cosa è stato il Pacì in questi anni e che cosa potrebbe diventare, contribuisci alla crescita di questo spazio che ha raggiunto 20 anni di storia.

A Seguire durante la serata JAM SESSION aperta a tutti e OPEN DJ SET (console a disposizione per mettere un po’ di musica)

21 Gennaio 2017, dalle ore 14.00
ASSEMBLEA COLLETTIVA
L’assemblea del Pacì Paciana accoglie suggestioni, iniziative, proposte e collaborazioni per continuare a crescere dopo i primi vent’anni ed essere ancora alternativa. Durante l’assemblea APERTA potremo discutere di come sarà il Pacì nei prossimi anni.

A Seguire durante la serata JAM SESSION aperta a tutti e OPEN DJ SET (console a disposizione per mettere un po’ di musica)

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